L’alfabeto festivaliero di Sanremo 2020

Come ogni anno (dall’anno scorso) torna il magico riassunto finale del Festival. Tutto Sanremo 2020, in 26 lettere.

Stavolta completare l’alfabeto di fine Festival è stata cosa complicata. Perché Amadeus, attesa per anni – senza rancori, figuriamoci! – la sua occasione, ha pensato di procedere per accumulo e sfoggiare tutto quel che il Festival avrebbe potuto essere e avere se solo si fosse smesso di snobbarlo prima. Sanremo 2020 è stato il Festival dell’amicizia, della donna, dei buoni sentimenti, dei monologhi impegnati, delle reunion vetuste, e in ultimo – ma molto in ultimo – della canzone italiana. Amadeus si è fatto prendere la mano dall’entusiasmo, proprio come nei promo dove il giovane Amedeo era troppo euforico per stare a guardare i Ricchi e Poveri in tv senza alzarsi a cantare. Come il più fanatico dei Pippo Baudo, ha omaggiato il 70enne Festival con la più tradizionale delle maratone televisive. Arduo riassumerla in una manciata di lettere: troppo il piattume e devastanti i colpi di sonno. L’anno scorso era andata decisamente meglio.

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Tutto Sanremo in 26 lettere, iniziamo!

A come Amadeus

Il direttore artistico dai mille volti. Prima vittima dei cercatori di polemiche, poi carnefice dedito alla tortura via privazione del sonno. Ma anche cultore dell’amicizia – almeno – ventennale, accumulatore seriale di ospiti, interprete di gag malriuscite, indossatore di giacche catarifrangenti. Ammirazione, però, per la gestione paziente di artisti imbizzarriti, spettatori stizziti e puntuali violatori di embargo.

B come Bellezza

Quella che “càpita”, come ha voluto far credere Diletta Leotta. E quella per cui “bisogna fare tanta fatica”, come ha tenuto a sbugiardarla Sabrina Salerno.

C come Capaldi e Clerici

Uno, Lewis, accolto come vuole il manuale di gestione provincialista del superospite internazionale: menzione al cognome italiano, doppiaggio alla Jack Dawson e via dal palco che ora c’è Zarrillo da ascoltare. L’altra, Antonella, cascata nel posto giusto al momento giusto: ci fosse stata Georgina, anziché lei, chissà chi avrebbe gestito il panico di Amadeus e l’euforia di Fiorello nel dopo scazzo tra Bugo e Morgan.

D come Donna

La musa decantata, venerata, protetta di questo Festival, come dire, stilnovista. Ma anche come Diodato, premio come miglior interprete di finto stupore dopo la vittoria spoilerata con un’ora di anticipo.

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E come Eclissi

Quella dei cantanti in gara, oscurati dall’accumulo di ospiti, reunion, spot, momenti lacrima, medley, digressioni di Fiorello, sfilate, saggi di pianoforte, scaramucce tra primi uomini, monologhi e saggi di danza. Giusto, i cantanti in gara dicevamo…

F come Fatica

Quella procurata non tanto dalla lunghezza delle puntate (o forse un pochino sì), quanto dalla scelta di infarcirle con ogni diversivo possibile senza dare al tutto un filo conduttore, una coerenza di scrittura. Così questo Sanremo 2020 è sembrato più uno di quei concorsi di bellezza dove ogni miss tiene a mostrare un proprio talento. Ma Amadeus non se ne è pentito affatto, ha detto. Quindi a posto così.

G come Giornalisti

Quelli che si credono élite con accesso alla settimana sanremese, ma sembrano più una scolaresca in gita in cerca di selfie, focaccia e Spritz. Quelli che sarebbero penne d’oro della critica musicale italiana, e poi si copiano simpatici tweet l’un l’altro. Infine, quelli che attendono la conferenza stampa quotidiana per fare domande inutili, gridare “shhhh” al vicino obiettore e bisticciare tra loro proprio nel momento scoop.

H come High School Reunion

Quella messa in piedi da Amadeus, il loser d’un tempo che cova ancora desiderio di rivincita e trent’anni dopo chiama i vecchi compagni a raccolta per fare sfoggio dei suoi amici cool.

I come -Issima

Il superlativo che è costato la pubblica fustigazione ad Amadeus. E che lui, occhi stretti e spirito passivo-aggressivo, ha accuratamente ripetuto e scandito per cinque allegre serate.

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J come Jolly

Cioè Fiorello, l’amuleto di ogni presentatore, l’amico cool per eccellenza, quello da lanciare sul palco e stare a guardare estasiati mentre si dà da fare per rianimarti la serata. Ma la vera novità di Sanremo 2020 è stata che anche lui non è immune alla mediocrità comica e all’incauto sfogo pubblico. Stavolta la macchina di Sanremo è riuscita a logorarlo. Eppure, nessuno come lui sa dare il suo meglio nel mezzo dei peggio imprevisti.

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K come Keta

Non quella dell’opinionismo non richiesto all’AltroFestival e della performance che voleva impressionare con il lesbo, ma ha scandalizzato più per il fiato corto. Bensì quella allucinogena, da tenere di scorta per un eventuale – e probabile – Amadeus bis.

L come Lauro e come Leotta

Il primo, Achille, quello che ha dato a Sanremo 2020 una valida ragione per farsi attendere; lo scaltro che sa come allisciare la smania di giornalisti e twitteristi di sentirsi anticonvenzionali con le trasgressioni altrui. La seconda, Diletta, quella che si è ribellata alle cautele di chi la voleva intelligente e femminista, ancor prima che bella. Perché lei, figlia della tv di inizio millennio, voleva solo fare Britney sulle note di “Ciuri Ciuri” rap.

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M come Mondovisione

Non si era capito, vero, che Sanremo lo guarda tutto il mondo?

N come Nutella stage

A cosa serve, di grazia, un palco esterno che possa spezzare la pesantezza della serata all’Ariston, se poi i suoi concerti sono riservati al pubblico lì presente?

O come Omelie

Quelle – generatrici di terrore – che ogni ospite ha dovuto scrivere e recitare con commozione spesso posticcia, per poter guadagnarsi l’accesso al palco. E per chi non aveva bei sentimenti da declamare, c’era sempre l’opzione tango legnoso.

P come Pubblicità

La vera procuratrice di brividi del Festival. Così efficace che si è deciso di mandarla in onda sempre uguale per cinque serate.

Q come Quattro gatti

Quelli rimasti in sala sul finire della terza, interminabile puntata. Gli irriducibili, cioè, che nel fuggi fuggi generale per esasperazione – inquadrato dalla regia con molto masochismo – sono rimasti ben saldi alle poltrone rosse. Se svegli o privi di sensi non è dato sapere.

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R come Regia

Quella che ha nauseato con movimenti molesti, si è imbarazzata davanti al twerking di Elettra Lamborghini, inquadrato animatori di pubblico e snobbato felicemente Amadeus per rincorrere Fiorello. Ma anche come Romina, ché se non ci fosse stata lei, a tenere Al Bano per mano (Ah! Rima!), lo si avrebbe raccolto in fondo alle scale.

S come Scale (appunto)

Quelle che ogni anno sembrano moltiplicarsi, spargendo terrore e mietendo vittime. Ma soprattutto come Schizofrenia, quella dei giornalisti che prima lamentano noia mortale e incapacità autoriale su Twitter e la mattina dopo, rinvigoriti dalla lettura maccheronica del dato d’ascolto, scrivono di trionfo senza precedenti.

T come Tutina, quella con cui Achille Lauro ha fatto dimenticare la scimmia di Gabbani, e come Tiziano, l’ospite fisso dalla felicità perenne, che con un grande sorriso andrà a chiudersi per un anno in qualche centro di recupero.

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U come Utopia

Quella di non fare le tre di notte.

V come Vintage (perché chi è Dua Lipa in confronto ai Ricchi e Poveri?) e come Alketa Vejsiu, che proprio per il vintage è accorsa entusiasta dall’Albania, più nazionalista di qualsiasi italiano, più orgogliosa di Amadeus. Colei che ci era anche riuscita, a risvegliare il pubblico in via di mummificazione, mitragliando parole, muovendosi e intrattenendo come conduttrice dovrebbe. Prima che i sedicenti autori del Festival del femminismo si affrettassero a redarguirla e zittirla.

W come Weekend, quello che non si vedeva l’ora arrivasse, e come Waterloo, da dove è probabile sia partita la parata che ha accompagnato Roberto Benigni all’Ariston. A piedi. E con ripresa integrale della regia, naturalmente.

X come Xanax

Quello che dal prossimo anno si prega sia cadeau di benvenuto in ciascuna camera d’albergo della città.

Y come…

Passaparola.

Z come Zizzania

Quella che i maligni si aspettavano tra le dieci prime donne, e che invece è scoppiata nello scontro di ego maschili. Parità di genere raggiunta. Sonnolenza notturna riassorbita.

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