‘Il cantante mascherato’, gioco rovinato

Il “Cantante mascherato” era una ventata di aria fresca per la tv italiana. Poi la Rai l’ha appiattito alla solita, noiosa lungaggine da tv italiana.

Se sei una star sbiadita ma non vuoi arrenderti all’oblio, la tv moderna offre tre possibili vie di riscatto: il reality show riabilitativo, la pubblicità a una qualsiasi linea di prodotti, oppure qualche sketch autoironico sui tuoi trascorsi. “Si sa mai che funzioni” ha scritto la critica Emily Nussbaum sul New Yorker “e che ricordi alla gente il perché prima gli piacessi”. Del resto, è strategia che giova alla stessa tv. Provando a immaginarli senza personaggi di riciclo, i palinsesti dell’ultimo ventennio si sgonfierebbero notevolmente.

Forse non esisterebbe nemmeno Il cantante mascherato, lo show di invenzione sudcoreana – e al momento in onda su Rai 1 – che con la sua gara di esibizioni canore tra volti noti rientra nella prima via di riscatto (quella dei reality). Il fatto curioso, però, è che i suoi concorrenti vadano a caccia di visibilità senza mostrare la propria identità.

Il cantante mascherato è un po’ diverso dalle solite competizioni del piccolo schermo. È una gara molto carnevalesca, i cui partecipanti si esibiscono completamente coperti da maschere simili a quei morbidi pupazzoni che agli eventi sportivi o nei parchi divertimento fanno da mascotte. Ci sono Pavone, Angelo, Barboncino e pure Mostro (una palletta verde dal sorriso a due denti), e a muoversi con goffaggine al loro interno potrebbe esserci chiunque abbia un minimo di notorietà.

Il compito del pubblico e della giuria in studio perciò è doppio: votare per far avanzare i propri preferiti alla puntata successiva, ma anche tentare di indovinare chi si nasconda sotto alle maschere. Il che sembra facile, in teoria. E lo sarebbe anche nella pratica se non intervenissero camuffamenti di voce, indizi più o meno fuorvianti (anche la scelta del costume in alcuni casi potrebbe avere un significato) e le ipotesi altrui che ronzano senza sosta. Finisce così che i dubbi si affollano su tutto e su tutti e la confusione aumenta anziché diradarsi. La sottoscritta, ad esempio, ha creduto per un attimo che dentro Coniglio ci fosse Tina Cipollari, sebbene il più quotato sia Teo Mammuccari.

Il cantante mascherato 1

L’effetto è surreale, cartoonesco e a tratti anche un po’ horror. Coniglio sembra uscito dall’inquietante sitcom Rabbits di David Lynch; e la clip di presentazione di Unicorno, che si aggira nei boschi tra risate infantili di sottofondo, non è certo meno ansiogena. Ma a meno che non si soffra di grave mascafobia (la paura delle maschere, cioè), questo show può creare dipendenza.

Il Guardian l’ha definito “una forma di clickbait”. E in effetti l’involucro delle maschere e l’idea che al loro interno possa nascondersi chiunque, anche qualcuno di importante, ingolosisce come un titolo acchiappa-clic. Non solo. È anche la formula della sfida ad appassionare.

Il cantante mascherato rientra nel genere dei guessing game, ossia quei format televisivi in cui bisogna indovinare qualcosa, sia la professione dei partecipanti – come per I Soliti Ignoti – oppure la loro età – come in Guess My Age. La loro attrattiva è quella dei giochi di gruppo. Ognuno può provare a dire la sua senza possedere particolari competenze, e resta inchiodato dalla curiosità di scoprire ha indovinato. I concorrenti si fanno da parte, a meno che non si sospetti siano outsider, personaggi dal talento nascosto. Al vero centro della trasmissione ci sono gli spettatori-detective e la loro indagine, almeno per quel che riguarda le versioni internazionali del format.

Dopo solo una puntata, infatti, quella italiana si è rivelata il solito adattamento provinciale. Benché stavolta non sia colpa del calibro dei personaggi coinvolti. Anche la versione americana coinvolge perlopiù a concorrenti e giurati di serie B o C (“Dubito che Beyoncé si nasconda dentro l’Alieno” ha scritto Nussbaum). Ma lo spettacolo italiano ha un bacino di starlette più ristretto – e forse meno talentuoso – da cui pescare. Ed è abbastanza naturale che l’aura di Orietta Berti sembri sempre modesta rispetto a quella di La Toya Jackson o di un ex membro di una qualsiasi boy band degli anni Novanta.

Il cantante mascherato 2

Il problema del Cantante mascherato nostrano, piuttosto, è che da ventata d’aria fresca per la tv generalista è stato piegato a programma convenzionale della tv generalista. Perché nel riadattarlo non si è colto molto bene lo spirito goliardico e intenzionalmente confusionario del gioco.

Lo si fosse capito, Milly Carlucci non ne condurrebbe il folle spettacolo con un’ossequiosa seriosità e un ligio rispetto delle regole che nemmeno a Sanremo. Lo si fosse capito, la giuria composta da Patty Pravo, Francesco Facchinetti, Flavio Insinna, Guillermo Mariotto e Ilenia Pastorelli svolgerebbe con intelligenza il suo ruolo, che è fornire nomi plausibili per creare confusione, non spararne di assurdi per poi impegnarsi davvero a indovinare guastando la festa. Lo si fosse capito, la regia giocherebbe più sulle reazioni dei giurati, anziché concentrarsi solo sulle esibizioni. E lo si fosse capito, gli autori truffaldini avrebbero camuffato un po’ meglio l’identità – e la voce – dei concorrenti.

Altrimenti non toccherebbe assistere al caso Leone/Al Bano. Una farsa costruita per allungare un brodo che in altre versioni è piuttosto ristretto (i 40 minuti della versione americana e i 90 di quella britannica sono ossigeno puro rispetto alle 3 ore di quella italiana) e assicurarsi l’attenzione del pubblico âgée del servizio pubblico.

La Rai aveva per mano un gioco dal meccanismo perfetto e di efficacia provata. Finalmente aveva l’occasione di evolversi dal classico show ripiegato sul valore delle esibizioni. Invece ha ridotto Il cantante mascherato alla solita, pedante, provinciale copia di un format di successo internazionale.

Gioco bruciato, dunque. E meno male che dura solo quattro le puntate.

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