Louis C.K. e l’utilità della contraddizione

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Sul primo spettacolo milanese di Louis C.K. tutti sembrano avere le idee chiare, al contrario della sottoscritta. Ma ho scoperto che è molto meglio così.

Beati quelli che un’idea chiara ce l’hanno sempre, su tutto, abbiano da scegliere tre gusti di gelato o una manciata di parole sulla questione etica più complessa. Beati quelli, ad esempio, che sulla vicenda di Louis C.K. – di ritorno alla stand-up comedy dopo il trattamento #MeToo – dubbi non ne hanno e se gli chiedi (oppure no, tanto te lo diranno comunque) perché al suo primo spettacolo italiano ci si siano fiondati o se ne siano tenuti alla larga come fosse un lazzaretto di immorali ti rispondono con il mento ben alto dell’incrollabile autoconsapevolezza.

Ne avessi avuto anche solo un decimo, di tale sicurezza, non avrei vacillato per un’ora mentre i posti prenotabili sulla mappa virtuale si spegnevano uno dopo l’altro a velocità di blackout, indecisa se darla vinta all’egoismo del non perdersi uno dei più grandi comici esistenti oppure al rispetto per le colleghe davanti alle quali – ha ammesso oltre un anno fa – si è masturbato ripetute volte, abusando della loro ammirazione e del proprio potere. Andato il primo turno (quello degli intellettuali, dei comici noti e dei più svegli), l’istinto mi ha tuttavia gentilmente suggerito di non bruciarmi pure il secondo (quello dei recensori non pagati, dei comici falliti e dei ritardatari dal dito lento), che poi sarebbe diventato il terzo.

Sono andata a vedere Louis C.K., dunque. E l’unica certezza che ho tratto dalla mia confusione – dopo tre giorni di schizofrenico rimuginare – è che l’ho fatto perché son composta di contraddizioni molto umane. Le stesse sulle quali il corpulento e rossiccio Louis C.K. ha costruito il personaggio dell’americano medio abituato a reagire con cinismo al perenne sentirsi inadatto. Le stesse, inoltre, con le quali l’altra sera si è raccontato vittima esiliata e colpevole derisibile, avvicinando un po’ di più il personaggio all’uomo.

Epperò nel riportarne – ammirate o indignate – le battute sulle molestie commesse (“Prima di tirarvelo fuori davanti a una donna dovete chiederle se le va bene. E se anche dicesse di sì, comunque non fatelo.”), le cronache sbadate hanno dimenticato di specificarne il giusto contesto: un dialogo tra l’emisfero idiota del proprio cervello, orgoglioso del suo talento nel trastullarsi, e quello coscienzioso che avrebbe dovuto urlare più forte “Cosa cazzo stai facendo?”.

Prima delle battute sulle contraddizioni religiose, razziali, parigine (causa esilio), sull’Olocausto, sull’imborghesimento dei gay, sul bando politicamente corretto al termine “ritardato”, Louis C.K. ha cavalcato goffo l’elefante nella stanza (sì, volevo dirlo anch’io), aggiunto una venatura di amarezza che mai gli era appartenuta e smosso l’inedita sensazione di sentirsi in imbarazzo per lui. E se a renderlo il migliore è sempre stata la bravura nel dire le cose più cattive – quelle che ci renderebbero umani, ma ricacciamo indietro per perbenismo – facendoci ridere degli orrori mentre ci chiediamo se sia giusto farlo, stavolta si è confermato doppiamente il migliore. Perché la contraddizione in gioco era più grande, era farci ridere e chiedere al contempo se fosse giusto essere lì ad ascoltarlo.

Solo che non è certo in quanti si siano posti la questione. La Milano che si credeva nicchia superiore – riscoprendosi al contrario d’entusiasmo provinciale – era troppo presa a interpretare lo spettacolo secondo il proprio sentirsi migliore. C’erano i maschi frustrati che nel ritorno di C.K. vedono il riscatto di un loro pari vittima delle donne (e del sistema). C’erano gli pseudo-critici sostenuti pronti a scrivere che no, le sue battute non son più quelle di prima. Non mancavano gli smaniosi di intervenire per far sfoggio del loro inglese dalle erre baroccamente arrotondate. E poi c’erano loro, le femministe arrabbiate (specie con le donne), sia quelle ben mimetizzate tra le standing ovation sia quelle assenti che tenevano a twittare il proprio sdegno, rafforzando la tesi dell’altro grande, Ricky Gervais, per cui nel mondo di oggi “È più importante essere popolari che giusti”.

La realtà, peraltro, è che Louis C.K. è già stato punito. Davvero avremmo mai immaginato di vederlo rivolgersi all’Europa meno moralista (sulle orme di Woody Allen) per raccogliere denari e consensi, esibirsi in uno scrostato teatro sotterraneo, e farsi uccidere le battute dal vizio dell’applauso inopportuno? Eppure – nell’assuefazione alla rabbia controllante del #MeToo, che ha abituato che con un hashtag si possono distruggere grandi carriere ed esigere l’assegnazione di statuette in base all’assortimento della pelle – c’è chi avrebbe voluto si cospargesse contrito il capo di cenere come il pur meno colpevole Aziz Ansari, che restasse in eterno esilio, che non si facesse introdurre solo da colleghi uomini, che non scherzasse su quel che ha fatto. E li avesse accontentati, magari, avrebbero preteso l’esatto opposto.

Da eccellente comico qual è, Louis C.K. sta affrontando i suoi oscuri impulsi umani nella maniera che più gli è naturale, con il sovrapprezzo del dover essere un po’ più se stesso. E ascoltare quel che ha da dire in quanto molestatore, confrontando le sue con le nostre contraddizioni, sarebbe certo più utile della cultura del cancellarlo o del difenderlo ciecamente.

Peccato ci sia un problema diffuso nel capire la comicità. O semplicemente, nel gestire l’isteria quando le cose (o le persone) si mostrano diverse da come le vorremmo.

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