Addio ‘Game of Thrones’, miracolo televisivo

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Perché “Game of Thrones” è un irripetibile miracolo televisivo. Indipendentemente da come sia finita.

E così Game of Thrones si è conclusa. Finita per sempre. Congedatasi con un episodio tutto sommato tranquillo, che però ha sferrato il pugno più forte nello stomaco già ampiamente tumefatto dei suoi fedeli teleseguaci. Perché forse (o forse un pochino sì) non ci si aspettava che alla fine il gioco del Trono – il fulcro inamovibile per elevare l’intera trama – non lo vincesse proprio nessuno. E non per annientamento dell’umanità per mano gelida di uno zombie brutto e cattivo. Bensì per più semplice distruzione di quel seggio di spade che – dopo tanto rumore nel farsi contendere e tanta leggendarietà sfoggiata pure agli occhi di una certa Elisabetta – è finito per fondersi sotto gli sputi infuocati di un drago molto addolorato.

Già, l’ultimo lucertolone alato e sputafuoco, con il suo ultimo slancio di fedeltà canina e anche l’ultimo tocco fantasy di un epilogo assai umano (non nel senso compassionevole del termine). Fior fiore di serialità insegna infatti che il destino di ogni comune mortale – roseo o disgraziato che sia – dipende dalle azioni proprie e dei propri simili, non di certo da quel che è estraneo o sovrannaturale.

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E dunque, sbriciolato il Re della Notte e lasciato a quietare Drogon, i creatori David Benioff e D. B. Weiss hanno preferito che il destino di ciascun personaggio si compisse per pazzia, resilienza, obbedienza, meschinità, scaltrezza proprie o altrui, secondo però una sola legge: l’amore è la morte del dovere, ma a volte il dovere è la morte dell’amore.

Lo sa bene Daenerys, che mette un attimo da parte la follia omicida per abbandonarsi all’amore per Jon Snow. Lui però (anche rinfrancato dal sentirsi finalmente dire che qualcosina sa) questa volta segue il dovere, le schiocca un ultimo bacio e ne approfitta per trafiggerla per il bene comune. Ma lo sanno bene anche Sansa, che capisce la goduria di essere regina indipendente e senza un principe (sadico) al fianco; Arya, che parte alla scoperta di nuove terre rincorrendo l’amore per la libertà; Tyrion, che passerà il resto della sua vita a riparare i danni precedenti dei consigli errati con consigli saggi al nuovo re. Il quale, dopo un’ora di puntata trascorsa in consultazioni tra lord e lady rimasti, viene eletto Bran per la sua storia perfetta di riscatto.

Ed è qui che Game of Thrones ferisce davvero. Con il suo finale democratico, ma non molto meritocratico. Perché il legittimo erede, Jon il bastardo, che in realtà ha sangue più nobile di chiunque altro, viene condannato all’esilio smogliato oltre la barriera, liquidato senza nemmeno rivendicare quel segreto su cui la serie ha costruito le tre stagioni finali, costringendo i sofferenti sul divano – che insieme a lui hanno faticato – a custodirlo.

Il peccato tuttavia non sta nella chiusura in sé (che rielaborata a mente fredda e sveglia è anche uno dei compromessi migliori possibili). Il peccato sta che nell’arrivarci questa serie unica nel suo minuzioso calibrare cause ed effetti abbia corso molto di fretta, sorvolando su molte cause per concentrarsi su grandiosi effetti. Tra una battaglia e l’altra, ovvero, la trama non si è presa il tempo necessario per posizionare meticolosamente gli ingranaggi dei meccanismi psicologici, di potere, di dovere.

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Ma a pensare che questo intacchi il valore che Game of Thrones ha portato alla tv – non solo nell’ultimo decennio – si sarebbe più che folli.

Poche sono le serie dal mondo narrativo così complesso da poter chiudere rilanciando domande, anziché esaurirle. Poche sono le serie che hanno intrecciato e sviluppato in contemporanea le esistenze (mai secondarie) di un numero simile di personaggi. Ancora meno sono poi gli esempi di episodi lunghissimi sempre dominati dall’imprevedibilità. Nessun’altra serie ha invece saputo far fruttare in maniera tanto cinematografica i propri sforzi produttivi. Come nessuna è riuscita a guadagnarsi il pubblico più trasversale possibile, vestendo fantasy e soap opera di realismo psicologico e medievale.

Forse aveva ragione R. R. Martin. Forse un altro paio di capitoli avrebbe dato a ogni evento e a ciascun volto il giusto sviluppo.

Ma Game of Thrones era e rimane il miracolo del piccolo schermo che ha angosciato, torturato, intrattenuto, aggregato, scatenato analisi, alimentato ansie nell’attesa dell’episodio successivo. Anche una volta entrata nell’era del binge watching svuota-suspense e anti-frustrazione.

È il migliore esempio (già da tempo cristallizzato) di cultura televisiva condivisa, insomma. Di cui qualsiasi epilogo avrebbe probabilmente prodotto un minimo di delusione.

Se non altro, per incanalare il dolore di vederla correre verso la fine, con la consapevolezza di poter incappare molto difficilmente in un altro racconto di simile potenza.

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