‘Instinct’, il dilettevole Alan Cumming colora il ricordo sbiadito di ‘Castle’

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In (quasi) contemporanea con gli Stati Uniti, “Instinct” approda nella domenica Rai 2 con le vicende di un professore romanziere prestato all’investigazione. Senza rivoluzionare

il procedural, ma facendo affidamento sull’estrosità di Alan Cumming e su di un espediente insolito che spariglia le carte in tavola.

Nel rigoglioso sottobosco di generi seriali, il procedural conserva un fascino particolare. Rivisitato in ogni salsa possibile, eppure mai davvero logoro. Anche quando nella più lineare delle sue forme. Tutto merito di una struttura abile nell’acchiappare l’attenzione con casi realistici, ma abbastanza eccezionali da mantenerla viva per l’intero corso di una puntata, al seguito delle prodezze di chi tenta di districarli. Il vero cuore pulsante è infatti l’intrecciarsi della vicenda di turno con i fantasmi dei suoi protagonisti, maghi del mestiere tanto fragili nel privato quanto ostinati nel battagliare crimini, morbi, ingiustizie, e chi più ne ha più ne metta. Al gruppo si è aggiunto da poco Dylan Reinhart, attorno alla cui distinta figura ruotano gli episodi del poliziesco Instinct, novità nelle domeniche di Rai 2, in quasi contemporanea con la messa in onda di CBS.

Pur di casa in un tempio di glorie (quello di CSI, Criminal Minds e NCIS, per citarne giusto qualcuna), la serie non aggiunge nulla di nuovo al genere, anzi. Reinhart è un esperto criminologo, con un passato nella CIA e una nuova vita da stimato professore universitario e apprezzato romanziere. Tra i suoi fan, anche un industrioso serial killer che, ispirandosi proprio ai suoi libri, lo costringe a tornare in azione affiancando una solitaria detective.

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Premessa dai mille rimandi, insomma, specie per la somiglianza con la sfortunata Perception e l’esemplare Castle (di cui peraltro ravviva la nostalgia). Reinhart si distingue però per un particolare. Il suo personaggio – basato sul libro Murder Games di James Patterson – sarebbe il primo investigatore apertamente gay del piccolo schermo. E a fare una breve disamina non si può che confermare.

Primato interessante, soprattutto per la serie di inattese possibilità alle quali si presta la trama.

Se la sua compagna di sventure, sola e in apparenza scostante, rientra nel manuale del genere, la dichiarata omosessualità (con tanto di fede al dito) ne scombina invece le pagine. Cadono così le classiche aspettative di veder germogliare del sentimento tra colleghi, collante più amato dal procedural, lasciando alla curiosità di scoprirne le insolite pieghe. Il che costituisce senz’altro la ragione principale per cui dar fiducia a Instict.

Oltre, naturalmente, ad Alan Cumming. La sua presenza, insieme a una manciata di volti stravaganti (come Whoopi Goldberg qui borbottante editrice di Reinhart) rende godibile uno spettacolo dalle storie non troppo avvincenti. Personaggio ridente, il suo, che porta con sé tutta la mordace eccentricità dell’Eli Gold di The Good Wife. E che per quanto trabocchi all’inverosimile di eroiche doti, riesce a rilanciare Instinct come drama scacciapensieri.

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